Da Montalbano Elicona a Ficarra, passando per Floresta ed Ucria

Giorno 6 (09/06/2017) – Il giro della Sicilia in 80 giorni

Continua il nostro viaggio attraverso la Sicilia nascosta lungo le strade dei Nebrodi. Incontriamo un intrecciatore di canestri a Floresta, osserviamo lungo la strada le misteriose tholos e ci fermiamo ad Ucria, alla Banca del Germoplasma Vegetale. Qui scopriamo la più ampia collezione di fagioli autoctoni d’Italia prima di ripartire alla volta di Ficarra, dove sopravvivono millenari olivi di minuta, una cultivar unica al mondo.

TESTI E VIDEO DI TOMMASO RAGONESE

FOTO DI MARCO CRUPI

Il bello di un viaggio, si sa, sta anche nella libertà di scegliere il percorso. Oggi, per la prima volta dalla partenza, ci sentiamo di esercitare questa libertà, discostandoci dall’itinerario stabilito. Invece di percorrere la SP 110 in discesa fino a Tindari, come pianificato, decidiamo di approfittare delle gambe fresche dopo un giorno senza pedalare e di percorrere la provinciale in salita fino al valico di Favoscuro. Uscendo da Montalbano Elicona, il paese appare sullo sfondo di un vigneto la cui ubicazione è sorprendente: siamo infatti ad oltre 1000 metri sul livello del mare. Con le sue caratteristiche gobbe, il Monte Fossa delle Felci ed il Monte dei Porri, Salina riposa sulla distesa azzurra del mare Tirreno.

A circa 1200 metri passiamo di fianco allo stabilimento dell’acqua Fontalba, lungo la provinciale costellata di noccioleti. La pendenza diminuisce al bivio per Favoscuro, da dove si gode di una vista privilegiata dell’Etna. Percorriamo la strada statale 116 tra pascoli e turbine eoliche fino a Floresta, il comune più alto della Sicilia a 1275 metri sopra il livello del mare.

La valvola della ruota posteriore di Marco risulta difettosa da ieri e ci fermiamo a sostituirla con una fornitaci da un’officina sulla strada. Conclusa l’operazione, notiamo un anziano indaffarato nell’intaglio di alcuni manufatti di legno, circondato da canestri intrecciati. Salvatore Zingale – questo il suo nome, mi fa subito simpatia, come la maggior parte degli anziani con più rughe che anni e con più storie da raccontare che persone intorno disposte ad ascoltarle.

È quasi mezzogiorno quando arriviamo ad Ucria. Attratti dall’inconfondibile odore della nocciola nebroidea tostata, facciamo capolino dalla porta del panificio da cui il fornaio ci allunga sorridendo una bustina di biscotti appena fatti. La nocciola nebroidea è una varietà pregiata, la cui coltura è stata messa in crisi, come è successo con una buona parte del patrimonio agricolo siciliano, dai prezzi e dalle leggi del mercato internazionale.

La biodiversità vegetale dell’area nebroidea, pochi ne sono a conoscenza, è di straordinario interesse scientifico ed ha dato vita ad un progetto dell’Ente Parco dei Nebrodi per la sua conservazione. È nata così la banca vivente del germoplasma vegetale, con sede proprio ad Ucria, paese natale del celebre botanista padre Bernardino da Ucria, cui si deve, tra l’altro, l’impianto della parte storica dell’orto botanico di Palermo.

Questa banca custodisce ben 63 cultivar di fagiolo che esistono soltanto in area Nebroidea: più di qualsiasi altra collezione a livello nazionale, per quanto ne sappiamo” ci spiega il direttore Ignazio Digangi, che ha accolto con grande entusiasmo il nostro interesse per la banca. Ci indica una dozzina di bocce di vetro contenenti fagioli di diversa forma e colore: “queste varietà sono sopravvissute grazie agli anziani che le hanno piantate ogni anno durante l’arco di un’intera vita, come i loro padri ed i loro nonni prima di loro”.

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Quella di mio padre è stata l’ultima generazione a coltivare diligentemente un orto: noi abbiamo perso questa cultura e, di conseguenza, anche il nostro patrimonio agro-botanico va erodendosi. Questo depauperamento è particolarmente grave in Sicilia, una terra da sempre straordinariamente feconda e biodiversa”. Uscendo da il dottor Digangi ci illustra il Giardino dei Semplici: “qui, oltre a tenere in vita i semi di fagiolo coltivandoli, manteniamo diverse dozzine di alberi da frutto, piante medicinali e laggiù anche una vite, tutte rigorosamente autoctone”.

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In questo nostro giro della Sicilia alla ricerca delle nostre radici non possiamo non riflettere sull’intima connessione che ha stretto uomo e natura in un patto millenario, determinando le condizioni di vita dei nostri conterranei fino a qualche decennio fa. Tra queste montagne, probabilmente ancora prima che gli orti dei contadini ospitassero, tra l’altro, le decine di varietà di fagiolo custodite alla banca di Ucria, i nostri antenati erano impegnati da mane a sera in attività pastorali. 

Nacquero così, secondo una delle teorie più accreditate, le tholos o cubburi. Queste costruzioni in pietra, per certi versi simili ai nuraghi sardi o ai trulli pugliesi, rimandano per le loro caratteristiche strutturali a tecniche costruttive di stampo minoico-miceneo (1600-1100 a.C.) – di qui il nome greco tholos. Ne sono rimaste un’ottantina, nei territori dei moderni comuni di Montalbano Elicona, Raccuja, Floresta e S. Piero Patti. Oltre ad essere usate come rifugio dai pastori pare che alcune tholos abbiano ospitato gli arabi in fuga durante la conquista normanna delle roccaforti nebroidee.

Lasciandoci i cubburi alle spalle, proseguiamo in discesa lungo la valle di Sinagra dove, oltre ai noccioleti, il paesaggio agricolo offre ancora uno spettacolo unico in tutta la Sicilia. Si tratta degli olivi millenari di oliva minuta, una cultivar antichissima e minacciata dall’avvento di coltivazioni moderne, preferite alla minuta in virtù di una maggiore redditività.

Vittoria Piccolo ha scelto di custodire 20 ettari di olivi di minuta e di aderire al progetto dei Presidi Slow Food: giungiamo alla sua proprietà, esposta a Nordovest, al tramonto, circondati dalle sagome nodose degli ulivi centenari. Passeggiamo scattando foto ed ascoltando la storia di Vittoria prima di darci appuntamento al mattino seguente. Trascorreremo qui la notte, al casolare di fronte al frantoio dove per secoli la famiglia Piccolo ha estratto l’olio dalle proprie olive di minuta.

Se di giorno riusciamo ad assumere una parvenza di compostezza e serietà, non foss’altro per le magliette con i loghi degli sponsor, lo spettacolo tragicomico dei nostri accomodamenti serali darebbe a chiunque vi assistesse un’immagine meno lusinghiera, ma di certo più realistica, di questo duo itinerante. 

I nostri bagagli sono sparsi qua e là. Le borse appoggiate sulla panca a ridosso del lungo tavolo sotto il portico, gli zaini depositati ai piedi delle biciclette, caricabatterie, telefoni, cavetti, stuoie, tutto ancora in equilibrio precario tra portapacchi, selle e manubri. Dalla finestra della camera da letto il cielo appare infuocato dagli ultimi raggi del sole, già tramontato oltre il dorso della collina su cui sorge il paese di Naro, al di là della valle. 

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