Da Messina a Milazzo lungo la costa

GIORNO 1 (04/08/2017) – Il Giro della Sicilia in 80 giorni

Da Capo Peloro, passando per Capo Rasocolmo, a Capo Milazzo. Il primo il più ad Est, il secondo il più a Nord dell’intera Sicilia, il terzo sede della più grande cittadella fortificata dell’isola.

TESTO DI TOMMASO RAGONESE

FOTO DI MARCO CRUPI

Le 10 foto più belle dello Stretto di Messina
“La Sicilia è per me un preannuncio dell’Asia e dell’Africa, e il trovarsi in persona al centro del prodigioso cui convergono tanti raggi della storia del mondo non è cosa da poco.”
J. W. von Goethe

Prodigioso è il luogo dove siamo nati, cresciuti e da dove ha inizio il nostro Viaggio: il Capo Peloro di Messina. Così chiamato dal greco peloros, gigantesco, mostruoso, prodigioso, le turbolente acque antistanti ‘u Piluni‘ ispirarono le leggendarie creature omeriche di Scilla e Cariddi. Questo è uno dei luoghi che fa scrivere a Goethe: “ora l’Odissea è davvero per me una parola viva”. Dietro, non a caso, i monti Peloritani; di fronte, uno stretto di mare che è insieme passaggio da terra a terra e da mare a mare. Qui siamo venuti al mondo, da qui partiamo e sempre qui ritorneremo, dopo il periplo di quest’isola prodigiosa. Che il Viaggio, dunque, abbia inizio.

Lasciandoci dietro lo Stretto, “impetuosissimo e pericolosissimo molto” nei versi di Boccaccio, percorriamo la statale che corre lungo la costa. I Monti Peloritani, che immediatamente sbarrano la vista a Sud, sono tra le montagne più impervie della Sicilia: per questa ragione, in tempi antichi, gli insediamenti greci di Tindari e Taormina erano collegati da una via che attraversava i Monti Nebrodi, i cui declivi risultano meno scoscesi. Con le loro valli densamente boscose ed i loro paesini arroccati, questi Monti rimangono una delle zone meno esplorate dell’intera Sicilia.

5 foto stupende dei Monti Peloritani

Procedendo verso Ovest, non si può non volgere lo sguardo verso le acque del mare che virano a tratti al turchese di fronte alle spiagge sabbiose di Mortelle e Casabianca. Non a caso la Guida d’Italia del Touring Club Italiano (ed. 1928), che abbiamo scelto come compagna di viaggio, intima laconicamente a chi prende il treno da Messina per Palermo di ‘sedere a destra’.

Dopo un tratto piuttosto tortuoso, si aprono i primi scorci sulle isole Eolie, all’altezza del piccolo villaggio Acqualadrone. Vengo spesso a nuotare qui: c’è infatti una secca di profondità non superiore ai 4-5 metri la vista del quale rilassa e rappacifica tra una bracciata e l’altra. Qui è stato rinvenuto il rostro di una trireme romano, uno dei sette esistenti al mondo, esposto al museo regionale di Messina e datato tra il I ed il III secolo avanti Cristo. Chissà che non risalga alla battaglia di Naulocos, combattuta non lontano da queste acque nel 36 a.C. tra Agrippa, vincitore, e la flotta di Sesto Pompeo.

Passato il ponte sul torrente Corsari, la strada si fa in salita verso Capo Rasocolmo, la propaggine più a settentrione di tutta la Sicilia. Questo piccolo altopiano a circa 150 mt sul livello del mare, che comprende le frazioni di Piano Rocca, Spartà e Piano Torre, gode di un microclima particolarmente gradevole. Durante la seconda metà dell’Ottocento, i ricchi commercianti messinesi si contesero queste fertili campagne dove edificarono, secondo le nostre ricostruzioni, oltre 50 tra residenze di villeggiatura e casine di caccia. Prima di ridiscendere e costeggiare il villaggio di S. Saba, la strada attraversa le campagne gradualmente convertite da vigneti ad uliveti nel secolo scorso. Rinomato tra gli abitanti della zona per la caccia al coniglio, l’altipiano termina bruscamente, oltre il faro, con uno strapiombo parzialmente sabbioso sul mare Tirreno.

Passato Capo Rasocolmo vi sono diverse salite che conducono sui Monti Peloritani, a Castanea delle Furie, Salice e Gesso. Entrando a Villafranca Tirrena si perde di vista il mare ed il traffico non accenna a diminuire mentre attraversiamo Rometta, Spadafora e Venetico. Procedendo verso Milazzo dobbiamo resistere alla tentazione di imboccare una delle salite per Calvaruso, Rometta Superiore, Monforte San Giorgio e la Valle del Mela. Ci rifaremo alla fine del nostro viaggio. A Milazzo si è accolti dal complesso della raffineria, un’attività che ha da sempre diviso la comunità locale e che è da tempo al centro di dibattiti a causa dell’elevata incidenza del cancro e degli alti tassi di mortalità infantile registrati negli ultimi decenni in queste zone.

Il geografo arabo al-Idrisi, autore del libro di Ruggero, scrive di Milazzo nel XII secolo:

È paese grasso e forte rócca: paese de' più belli, de' più eleganti, de' più nobili, de' più eletti e di que' che più somigliano alle maggiori metropoli per colture, industrie e mercati e pei diletti e i comodi `{`della vita`}`. Giace in riva al mare, il quale lo bagna d'ogni lato fuorché da tramontana onde vi si entra. Viaggiatori vi accorrono per terra e per mare. da Milazzo si esporta molto lino d'ottima qualità. Inoltre ha buoni campi da seminare; copiose acque perenni e parecchie pescherie del tonno grande.

Ci dirigiamo a Vaccarella, appena alla base della vecchia Mylae, fondata dai Greci 800 anni prima di Cristo. Ci guida una persona di nome Salmeri, un cognome delle più antiche famiglie di pescatori, come Paesano o Cambria. A Vaccarella c’è una flotta di non più di una ventina di barche che praticano la pesca costiera, dentro le tre miglia. Non resta quasi più nulla delle tonnare che furono il cuore pulsante della vita milazzese per interi secoli. Ve ne furono in numero compreso tra sei e dieci, tra le più importanti della costa tirrenica. I tonni venivano in banchi da Ovest, seguendo la costa, e finivano attraverso un sistema di reti nella cosiddetta ‘camera della morte’, dalla quale venivano pescati ancora vivi. Ce lo racconta don Stefano, che di mattanze ne avrà fatte più di una dozzina.

Di nuovo in sella, attraversiamo in salita il borgo antico, fino alla base del Castello: con una superficie interna alle mura di oltre sette ettari, il Castello di Milazzo è non soltanto la cittadella fortificata più grande di tutta la Sicilia, ma un complesso monumentale frutto di dieci secoli di architettura militare. Dal vecchio mastio, presumibilmente costruito nel XII secolo, alla Cinta Spagnola, edificata nel XV secolo, il castello ha perso le sue funzioni difensive dopo l’unificazione d’Italia, quando divenne una prigione. Vi si trovano edifici per una superficie di oltre 12.000 metri quadrati, incluso un monastero delle monache Benedettine del SS. Salvatore.

Lasciando sulla sinistra il castello, pedaliamo sul promontorio di Milazzo, esempio di isola “rinsaldata alla terra”. Scrive la guida del Touring Club che “l’istmo fu lentamente creato dalle onde che vi accumularono i detriti delle fiumare sfocianti ad Ovest di Milazzo, […] [formando] una spiaggia contro la parte meridionale dell’antica isola, già erosa in ripe scoscese”. Siamo su quella che la guida definisce “la strada carrozzabile che percorre l’istmo, in mezzo ad uliveti ed all’altezza di circa 80-90 metri con scarse ma suggestive viste sul mare attraverso gli ulivi”. Abbandoniamo la strada carrozzabile e le biciclette per avventurarci, scavalcando muretti a secco e facendoci strada tra i rovi e l’erba alta, al di là di un cancello abbandonato e aperto a metà, fino ad incontrare le suggestive viste sul mare di cui parla la nostra guida.

Giunti al Faro, ci incamminiamo tra la macchia mediterranea su cui il sole morente posa sfumature morbide e cangianti di giallo e d’ocra. Scendendo verso Punta Messinese, finalmente spoglio d’indumenti e della tensione della partenza, faccio appena in tempo ad immergermi nella piscinetta naturale conosciuta (erroneamente) come Piscina di Venere che il sole lambisce già l’orizzonte. Tutt’intorno, le rocce di Capo Milazzo emergono dal mare come i contorni del mio corpo adagiato sulle calme acque di Ponente.

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