
Nel cuore di Palazzo Vecchio a Firenze si trova un luogo inaspettato che collega arte, scienza e potere politico: la Sala delle Carte Geografiche, allestita nel Cinquecento per ospitare una straordinaria collezione di mappe dipinte. Tra queste spicca la mappa dell’Italia realizzata nel 1578, un grande dipinto cartografico su tavola in cui è raffigurata con cura tutta la penisola italiana e le sue isole.
La Sicilia cinquecentesca, in particolare, occupa un posto d’onore in questa mappa, rappresentata nei suoi dettagli geografici e arricchita da iscrizioni e simboli che raccontano la storia e l’importanza dell’isola in quell’epoca. Nel presente articolo esploreremo come la Sicilia del XVI secolo viene descritta e celebrata attraverso la “carta dell’Italia” di Stefano Bonsignori, all’interno della cornice prestigiosa della Sala delle Carte Geografiche di Palazzo Vecchio.

La Sala delle Carte Geografiche di Palazzo Vecchio

La Sala delle Carte Geografiche (nota anche come Sala del Guardaroba o Sala del Mappamondo) è un ambiente unico nel suo genere, concepito dal duca Cosimo I de’ Medici e dall’architetto Giorgio Vasari attorno al 1563. Nelle intenzioni originarie, questa sala doveva fungere sia da guardaroba per i tesori medicei sia da stanza di cosmografia, celebrando il sapere geografico e l’estensione degli orizzonti del mondo conosciuto. Le quattro pareti sono interamente coperte da monumentali armadi in noce, sulle cui ante interne sono dipinte 53 mappe a olio su tavola che rappresentano in dettaglio terre e mari di Europa, Asia, Africa e Americhe così come erano noti alla metà del Cinquecento.
Al di sopra delle mappe trovavano posto busti di imperatori e centinaia di ritratti di uomini illustri, mentre al centro della sala troneggia un gigantesco globo terrestre di oltre due metri di circonferenza, uno dei più antichi al mondo. L’insieme era arricchito da elementi decorativi sfarzosi: iscrizioni dorate, cartigli illustrati, le imprese araldiche dei Medici e creature fantastiche che popolano gli angoli dei mari e delle terre dipinte. Questo spettacolare “atlante” tridimensionale aveva non solo uno scopo scientifico-didattico, ma anche celebrativo: voleva mostrare il dominio illuminato dei Medici su un mondo ordinato e conosciuto, conferendo a Cosimo I l’immagine simbolica di “signore dell’universo”.
Il progetto cartografico mediceo e la mappa dell’Italia di Stefano Bonsignori

Restauro digitale a cura di Marco Crupi, a partire dall’immagine originale proveniente da Wikimedia Commons (Google Art Project).
L’intervento ha riguardato il recupero cromatico, il bilanciamento tonale e la pulizia visiva dell’opera, nel rispetto delle caratteristiche storiche e materiche della mappa originale.
La realizzazione delle mappe della Guardaroba medicea fu un’impresa corale e prolungata. Iniziata nel 1563 sotto la direzione del cosmografo domenicano Egnazio Danti (su incarico di Cosimo I), vide la creazione delle prime 30 carte geografiche entro il 1575. Danti, scienziato e cartografo, utilizzò le migliori fonti dell’epoca – combinando le antiche conoscenze di Tolomeo con le scoperte geografiche moderne – e adottò l’innovativa proiezione di Mercatore per disegnare mappe più realistiche. Nel 1576, a seguito dell’allontanamento di Danti (sospettato di eresia per le sue idee sulla riforma del calendario), il progetto venne affidato a Stefano Buonsignori (Bonsignori), monaco olivetano e cartografo di corte di Francesco I de’ Medici. Bonsignori completò l’opera in circa un decennio, dipingendo 23 carte aggiuntive entro il 1586. Tra queste, sei raffiguravano stati europei (Spagna, Francia, Germania, Italia, Schiavonia, Grecia), dieci rappresentavano regioni dell’Africa conosciuta, due l’Oriente (Scizia e Tartaria), quattro le zone polari e una era dedicata allo stretto di Magellano.
La maggior parte delle carte fu ricavata dall’atlante di Tolomeo aggiornato con i dati moderni, mentre alcune – come quelle del Nuovo Mondo – derivavano da fonti coeve più recenti. Erano tenute presenti anche le innovazioni di cartografi contemporanei come Gerardo Mercatore e Abraham Ortelio, i cui lavori ispirarono direttamente la realizzazione di alcune tavole. La mappa dell’Italia fu una delle creazioni più importanti di Bonsignori ed è datata 1578. Si tratta di un grande dipinto (circa 115×111 cm) su pannello ligneo, eseguito ad olio con eccezionale dovizia di particolari. Bonsignori attinse in larga misura alle migliori carte italiane disponibili: in particolare, la sua Italia risulta “scopiazzata” (cioè ricalcata fedelmente) dalle celebri mappe di Giacomo Gastaldi, autore veneziano della metà del Cinquecento.
Nonostante questo debito verso la cartografia preesistente, la resa finale ha un forte impatto decorativo e una notevole accuratezza: la penisola è disegnata con un’orientazione quasi verticale, solcata da coordinate e linee romboidali (reticolo di lossodromie tipico delle carte nautiche) e abbellita da montagne in rilievo pittorico, fiumi, e nomi di città dipinti in caratteri minuti. L’adozione del sistema di proiezione mercatoriana – la stessa che, con modifiche, si usa ancora oggi – garantì inoltre una rappresentazione proporzionata delle forme geografiche, indice dell’approccio scientifico avanzato di Danti e Bonsignori.
La Sicilia nel Cinquecento: contesto storico
Per contestualizzare la rappresentazione cartografica, è utile ricordare quale fosse la situazione della Sicilia nel XVI secolo. All’epoca in cui Bonsignori dipingeva la sua mappa (anni 1570-1580), l’isola non faceva parte dei domini medicei né degli stati italiani indipendenti, ma apparteneva alla monarchia spagnola. In seguito alle vicende dinastiche europee, infatti, la Sicilia era passata sotto il controllo diretto degli Asburgo di Spagna: Carlo V (già re di Sicilia come Carlo IV d’Aragona) nel 1556 abdicò e cedette la corona di Sicilia al figlio Filippo II, inaugurando la lunga stagione del governo spagnolo nell’isola.
La Sicilia costituiva insieme a Napoli uno dei due grandi Vicereami italiani della Spagna, con Palermo come capitale vicereale. Nel Cinquecento la società siciliana era floridamente agricola (l’isola era considerata il “granaio” del Mediterraneo per la produzione di cereali) e ricca di città autonome e prestigiose: Palermo, sede del viceré e dell’antico Parlamento siciliano; Messina, potente città portuale dotata di privilegi speciali; Catania, ai piedi dell’Etna, e altre come Siracusa e Trapani, fiorenti di commerci. Culturalmente, la Sicilia cinquecentesca era un crocevia dove coesistevano influenze ispano-italiane: la presenza spagnola portò modelli artistici e architettonici iberici, ma fiorirono anche figure locali come il matematico e astronomo Francesco Maurolico, che nel 1545 pubblicò una Descrittione dell’Isola di Sicilia con una delle prime moderne mappe isolane.
Dal punto di vista politico-militare, dopo le turbolenze dei secoli precedenti, il XVI secolo vide relativamente poche guerre sul suolo siciliano: l’isola godeva di una certa pace interna sotto i “principi” spagnoli, pur affrontando il pericolo esterno delle incursioni dei pirati barbareschi lungo le coste. Questa condizione di stabilità è riflessa anche in chiave celebrativa sulla mappa di Bonsignori, come vedremo nel testo del suo cartiglio.
Il cartiglio storico-mitologico dedicato alla Sicilia

Nella mappa dell’Italia di Stefano Bonsignori è presente un unico cartiglio dedicato alla Sicilia, collocato nella parte inferiore destra della tavola, in prossimità dell’isola. Il testo non ha una funzione meramente descrittiva, ma costruisce una narrazione articolata delle origini e delle successive dominazioni della Sicilia, secondo una visione tipicamente rinascimentale che intreccia mito, tradizione biblica rielaborata, storiografia classica e attualità politica. Il racconto si apre con Camese, personaggio mitico collocato in una cronologia arcaica “prima di Noè”, cacciato dall’Italia e giunto in Sicilia alla guida di colonie. Seguono altre fondazioni leggendarie: l’arrivo di Galate, figlio di Ercole Egizio, inviato da Tusco, re d’Italia, con genti toscane; quindi la venuta di Sicano dalla Spagna, da cui l’isola avrebbe tratto dapprima il nome di Trinacria e poi quello di Sicania. Il cartiglio attribuisce infine il nome di Sicilia a Siculo, figlio di Ercole Greco, oppure – secondo altre tradizioni – a Sicolo o a Sicelèo, anch’essi di origine ispanica.
Dopo questa fase mitica, il testo richiama l’ingresso dei Greci, la competizione con i Cartaginesi per il controllo dell’isola e, successivamente, il dominio romano, seguito da un periodo di instabilità dopo la fine della monarchia imperiale. La conclusione assume un tono apertamente celebrativo: la Sicilia è descritta come terra oggi difesa dal Re di Spagna, favorita dalla bontà del clima e dalla fertilità del suolo, mentre le numerose “favole” scritte dai Greci vengono interpretate come racconti che, sotto il velo del mito, celano verità importanti. In questo modo il cartiglio non si limita ad accompagnare la rappresentazione geografica, ma concorre a nobilitare la Sicilia come spazio di antichissima civiltà e a legittimare l’ordine politico contemporaneo, inserendo il dominio spagnolo in una lunga e ininterrotta continuità storica e culturale.