Il carciofo spinoso di Menfi

Una delle colture più rappresentative delle fertili colline a due passi dai templi di Selinunte rischia di scomparire. I fratelli Romano sono tra i pochi agricoltori rimasti a difenderla con l’appoggio della Fondazione Slow Food.

Il carciofo spinoso di Menfi

Una delle colture più rappresentative delle fertili colline a due passi dai templi di Selinunte rischia di scomparire. I fratelli Romano sono tra i pochi agricoltori rimasti a difenderla con l’appoggio della Fondazione Slow Food.

TESTI E VIDEO DI TOMMASO RAGONESE

FOTO DI MARCO CRUPI

Tra le colline affacciate sul mar d’Africa nel sud-ovest della Sicilia, i greci celebrarono la flora spontanea locale battezzando Selinùs la loro colonia più ad Occidente, dal nome del sedano d’acqua, in greco selinon, che vi cresceva copiosamente. Non lontano dalle rovine selinuntine, l’addomesticamento di un’altra pianta spontanea, il Cynara cardunculus var. Sylvestris, anche noto come cardo selvatico, diede vita ad una delle popolazioni di carciofo più antiche del bacino del mediterraneo: lo spinoso di Menfi.

Il Tempio E, denominato anche tempio di Era, a Selinunte

Qui, sui suoli argillosi e le terre rosse tra il fiume Belice e il Carboj, questa varietà ha da sempre contraddistinto il paesaggio agricolo. Il vetturino che accompagnò Goethe durante il suo viaggio in Sicilia nel Marzo del 1787 venne immortalato dallo scrittore nell’atto di mangiare carciofi crudi: “vuolsi però dire che qui sono molto più teneri, e di gusto molto più squisito che presso noi”. In un saggio datato 1911 il dott. Gaspare Murania, Direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura in Castelvetrano, scriveva:

La coltivazione del carciofo è antichissima ed ha una grande importanza dal punto di vista economico- agrario e commerciale. Lo si trova coltivato dappertutto negli orti, accanto alle case coloniche, lungo i viali delle viti ecc.. In vicinanza del paese abbondano i piccoli poderi, specializzati in questa coltivazione: essi danno lavoro a centinaia di braccia e alimentano un commercio attivo nel paese per la grande esportazione dei carciofi nei mercati di Girgenti, Trapani e sopratutto Palermo.

Una carciofaia dell’azienda Agricola Romano.

Negli attuali territori dei comuni di Castelvetrano e Menfi, tra le province di Trapani e di Agrigento, si stima che gli ettari coltivati a carciofo spinoso fossero nell’ordine delle centinaia. “Un ettaro di carciofi, diceva mio nonno, bastava per dar da mangiare alla famiglia” ricorda Calogero Romano, confermando l’importanza economica che il dott. Murania attribuiva a questa coltura già agli inizi del ‘900. “Lo diceva con riconoscenza e rispetto nei confronti di questa pianta che a lui e a tanti altri dava da vivere”.

Calogero Romano

Con l’avvento di varietà inermi (senza spine), più produttive ed omogenee, isolate in laboratorio, e la concorrenza di paesi dove i costi di produzione sono molto più bassi, i fratelli Romano sono tra i pochissimi agricoltori a tenere in vita il carciofo spinoso di Menfi. “Ne saranno rimasti una decina di ettari, forse meno” ci dice Filippo scendendo dal furgoncino sul quale ci ha raggiunti ai margini di un carciofeto aziendale, nei pressi di un pittoresco ponte ferroviario in disuso che qui chiamano ‘ponte di Malupurtettu.

Filippo Romano. A destra, la ferrovia dismessa sul ponte di Malupurtettu.

L’impianto delle nuove varietà, oltre a portare il carciofo spinoso sull’orlo dell’estinzione, ha stravolto l’intero sistema agricolo tradizionale. “Qualche anno fa un grosso produttore, che aveva quasi ottanta ettari coltivati a varietà di carciofo geneticamente modificate, mi invitò a visitare una sua piantagione” ci racconta Filippo, mentre indossa guanti ed estrae la cesta dal furgone per iniziare la raccolta. “Quando arrivai non potevo credere ai miei occhi. I fusti delle piante erano alti quasi due metri, facevo fatica a vedere il tetto di un trattore tra un filare e l’altro”.

“Mi veniva da piangere a pensare non soltanto alle somministrazioni di ormoni ma anche agli oltre cinquanta trattamenti annuali tra concimazioni e agrofarmaci necessari a sostenere la crescita di questi veri e propri alberi.” aggiunge Filippo mentre, avanzando tra i filari, rescinde il gambo dei carciofi prima di asportarne la parte inferiore con un taglio netto e depositarli nella cesta che porta a tracolla.

“Quando lasciai la piantagione avevo un forte mal di testa, che non potevo non attribuire a quell’accanimento farmaceutico. E pensare che quei carciofi sarebbero finiti nelle buste di minestroni surgelati al supermercato; per non parlare degli effetti delle fertilizzazioni chimiche e dei fitofarmaci sull’ecosistema locale e sul suolo. Avrebbe rimpianto i suoi campi di spinoso, nostro nonno, vedendo un simile scempio. E con ragione”.

Al contrario delle varietà geneticamente modificate, il carciofo spinoso è una pianta rustica, resistente, che necessita di poca acqua e quasi nessun trattamento. Sebbene meno produttivo, è un ecotipo ancestrale, di indiscussa importanza sia storica che botanica. Per questo motivo la Fondazione Slow Food lo ha inserito tra i Presidi, stilando un disciplinare di produzione in collaborazione ai produttori locali che aderiscono al progetto: l’obiettivo è al contempo salvare il carciofo dall’estinzione e farne un prodotto rispettoso dell’ambiente e della salute del consumatore.

Le brattee (foglie) spinescenti sono caratteristiche del carciofo di Menfi. Presidio Slow Food.

Il carciofo è sostanzialmente un’infiorescenza immatura” spiega Calogero, agronomo come il fratello Filippo. “Il fiore è all’interno del capolino, protetto dalle foglie, che in gergo chiamiamo brattee, la cui polpa costituisce la parte edule”. La caratteristica distintiva dello spinoso di Menfi, come suggerisce il nome, sono le spine presenti sulle brattee, oltre ad un elevato contenuto di lignina che lo rende particolarmente adatto sia alla conservazione sott’olio che alla cottura alla brace. 

È un ecotipo autunnale, che entra in produzione tra Novembre e Aprile, a seconda dell’andamento climatico. “Una tradizione consolidata per le famiglie locali era quella di riunirsi a fine raccolta, i primi di Maggio, intorno ad una brace fatta con legna di vite per arrostirvi i carciofi, condendoli soltanto con un filo d’olio d’oliva

Il fiore immaturo del carciofo, visibile asportandone le brattee. 

Uno dei miei ricordi più belli è quello di una giornata passata col nonno seduti ai margini del campo, osservando la raccolta che avveniva con l’ausilio dei tradizionali zimmili, i contenitori fatti a mano intrecciando foglie di palma nana” ci dice Filippo, lo sguardo perso per un momento ad osservare un gregge di pecore sulla collina antistante.  “Abbiamo deciso di continuare a coltivare il carciofo spinoso come faceva nostro nonno anche per onorare questi ricordi: ricordi di tempi in cui chi lavorava la terra rispettava ciò che la natura gli aveva dato e cui la natura a sua volta dava da vivere”.

Una palma nana nei pressi del campo di carciofi. A destra, la maniera tradizionale di disporre i carciofi negli zimmili durante la raccolta.

“Come una volta, riproduciamo le piante asportando i migliori ovoli alla fine della stagione vegetativa.” Autoprodurre gli ovuli è un requisito fondamentale per i produttori del Presidio al fine di conservare al meglio il germoplasma della popolazione originaria. L’irrigazione, limitata ai momenti di maggiore secchìa per aiutare le piante, viene gestita con moderni impianti a goccia per ridurre al minimo il dispendio idrico. “Non usiamo fertilizzanti chimici: dopo il rinnovo delle carciofaie, tra luglio e agosto, apportiamo sostanza organica al terreno attraverso le trinciature della coltura precedente”.

Giuseppe, un socio dell’Associazione dei produttori di Menfi in una carciofaia nel mese di Luglio.

Con il disciplinare del Presidio, si è tornati a rispettare la rotazione delle colture in cui il carciofo storicamente si avvicendava con il melone d’inverno, il cavolfiore o il frumento. Ad ogni modo, non si insiste mai sullo stesso appezzamento per più di tre anni. “Poichè produciamo in biologico non utilizziamo fitofarmaci e antiparassitari di sintesi”. A riprova di quanto detto, Filippo ci indica delle macchie chiare sui carciofi, segno del passaggio di qualche lumaca.

Carciofi ‘macchiati’ dal passaggio delle lumache

To nonno chi un ci ìu all’università, facia i carcocciuli boni; tu ca studiasti ha ssi carcocciuli tinti” (Tuo nonno che non aveva studiato faceva i carciofi belli, tu che hai studiato hai questi carciofi brutti. ndr) “Così mi dicono gli agricoltori meno giovani, quando vedono le macchie”, scuote la testa Filippo senza nascondere il suo disappunto. Gli da ragione Calogero: “Non è possibile che l’aspetto di un ortaggio sia più importante del modo in cui è prodotto. In questo senso la sensibilizzazione dei consumatori è fondamentale. Io voglio solo poter guardare tranquillo mio figlio raccogliere un nostro carciofo e mangiarlo crudo” .

Accanto ai carciofi, i fratelli Romano coltivano ortaggi per il consumo familiare.

Proteggere la biodiversità, salvaguardando gli ecotipi locali, non è soltanto una questione che dovremmo avere a cuore per la sostenibilità ambientale ed una gestione assennata delle nostre campagne. Al giorno d’oggi, soprattutto per i piccoli imprenditori agricoli, è impensabile competere in un mercato globalizzato. Filippo non ha dubbi: “L’unica soluzione è puntare sulla qualità: riuscire a realizzare, comunicare e promuovere l’unicità di prodotti buoni e puliti. Abbiamo una tale ricchezza in termini di biodiversità e tradizioni in Sicilia che mi sembra assurdo dover sempre combattere per andare avanti“.

Trovo umiliante, ad esempio, come i commercianti speculino senza scrupoli sui sacrifici di noi agricoltori”. Visibilmente contrariato, Filippo agita minacciosamente il coltello con cui sta raccogliendo i frutti del suo lavoro. “Mediatori, grossisti e distributori applicano rincari a volte anche del 200% rispetto al nostro prezzo di vendita.”

“Cercano di pagarci il prodotto il meno possibile e venderlo al consumatore al più alto prezzo possibile, anche con truffe belle e buone. In questi ultimi tempi, grazie ai gruppi di acquisto solidale e ad alcuni ristoratori stiamo riuscendo ad aumentare la vendita diretta del prodotto. Per adesso questo ci permette di sopravvivere, ma è ora che i consumatori capiscano come stanno le cose”.

Non voglio fare polemica, ma vi pare normale che nel menu dei ristoranti di Menfi non ci sia il carciofo spinoso? Quando vengono a trovarci clienti o gruppi di acquisto e ci domandano dove poterlo assaggiare il più delle volte non abbiamo alternativa che invitarli a casa nostra! Lo dico chiaramente: noi produttori da soli non possiamo risollevare l’economia di un territorio” Calogero mi guarda scrollando le spalle “Nonostante la fortissima identità territoriale di questa coltura, a Menfi ed in Sicilia vendiamo pochissimo: i nostri clienti sono quasi tutti al nord Italia”.

Serve il supporto di commercianti, ristoratori e consumatori. Da soli noi agricoltori non possiamo risollevare le sorti di questa coltura.

Non v’è dubbio che la possibilità dei piccoli agricoltori di dare un futuro alle colture tradizionali passi anche e soprattutto dalle scelte dei consumatori. Senza questa consapevolezza sarà difficile difendere l’eterogeneità dei paesaggi, dei colori e dei sapori che sono forse la più grande ricchezza della Sicilia. “È la diversità del paesaggio che amo di più del pezzetto di quest’isola in cui vivo” ci dice Filippo, “Il mio sogno è avere una casetta in un punto alto, da dove il mio sguardo possa correre lungo i campi coltivati sui declivi di queste colline, oltre i muretti, fino a perdersi nel blu del cielo e del mare.

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  • Az. Agricola Romano

  • 91022 Castelvetrano TP

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