
GIORNO 9 | 12/06/2017 – Diario di Viaggio
C’è chi dice che, tra tutti i sapori che restituiscono il senso di un luogo, di una vallata, di una regione, il miele sia il più complesso, il più esaustivo. Gli uomini preistorici conoscevano già questo sapore unico, prima che i loro discendenti egizi addomesticassero le api e l’apicoltura diventasse una pratica diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo. “Un mio bisnonno, insieme al fratello, soleva catturare gli sciami in natura e li trasferiva in dei ‘cupigghiuni’, contenitori ricavati dal sughero, pianta comune in questa zona, separando la corteccia dal tronco”.
Non era lontano dai metodi usati per centinaia, forse migliaia di anni prima dell’avvento dei moderni apiari, quello adoperato dal bisnonno di Giacomo Emanuele, apicoltore custode dell’ape nera sicula. “Protetti unicamente da un sacco di iuta con la reticella del setaccio (il cosiddetto crivu) davanti agli occhi, i miei bisnonni estraevano la brisca (il favo, in dialetto) gocciolante di miele e attorniata di api. Messa in un paniere di vimini, le brische si trasportavano a casa dove veniva spremuta e la cera separata dal miele per filtraggio attraverso un canovaccio di lino. Era festa per tutto il quartiere; soprattutto per i bambini”.
L’ape nera sicula, inizialmente ritrovata, studiata e riprodotta in purezza da Carlo Amodeo, è un Presidio Slow Food e la creatura prediletta di Giacomo. Detta sicula perché selezionata naturalmente dalla natura proprio in Sicilia, quest’ape di origini africane vanta una maggiore varianza genetica rispetto a ogni altra ape mellifera europea: ciò vuol dire che il suo ricco corredo genetico ne garantisce una grande resilienza ai fattori esogeni di stress come le virosi.

In completo da apicoltori e con l’apprensione di chi non si è mai avvicinato deliberatamente a un alveare, seguiamo Giacomo tra i suoi apiari nel Parco dei Nebrodi.
“Queste api sono abituate a lavorare alle temperature estreme, d’estate e d’inverno; rispetto alle altre api mellifere, molti più individui all’interno di una colonia sono dediti alla raccolta del polline e quindi riescono ad impollinare estensioni maggiori di vegetazione. Ha una ligula più sottile e riesce a suggere laddove altre api non potrebbero: la sua produttività dunque, sebbene possibilmente inferiore ad altre api su un’unica fioritura, risulta uguale o maggiore dato il maggior numero di piante a cui può attingere. Il suo valore di impollinatrice la rende un’alleata formidabile per la tutela della biodiversità vegetale”.




Giacomo non indossa granché di abbigliamento protettivo. “È un’ape estremamente docile”, ci rassicura. Si avvicina a un’arnia e, con movimenti controllati, rimuove il coprifavo estraendo un telaietto tappezzato di api sicule. Tratteniamo il fiato mentre Giacomo tiene, tra le mani nude, una quantità di insetti difficile da stimare a occhio.

Facciamo giusto in tempo a fotografare la regina, che lo sciame entra in allerta e qualche insetto inizia a pungere Giacomo. È tempo di rimettere tutto al suo posto.
Di ritorno in paese, Giacomo ci apre le porte del suo laboratorio per mostrarci la fase della smielatura, ossia l’estrazione del miele dagli alveari. La disciplina, l’organizzazione e l’operosità delle api sono tutte racchiuse nella serie di cellette, perfettamente esagonali, costruite dall’attività incessante di questi insetti.


Grazie alle moderne centrifughe, non è più necessario, come una volta, distruggere l’intero favo per estrarre il miele. È sufficiente rimuovere l’opercolatura, ovvero la cera apposta dalle api a sigillo delle celle contenenti il nettare, e le celle in eccesso a bordo telaio. Esistono strumenti più o meno ortodossi per effettuare questa operazione: Giacomo adotta spesso un coltello ben affilato.


D’un tratto, Giacomo affonda il coltello in verticale tra le celle zeppe di miele, tagliando una fetta di favo. “Mangia”, mi intima. Addento avidamente il succulento pasticcio, masticando e deglutendo con gusto anche la cera. “Era un ottimo rimedio per le ulcere”, mi dice, “i vecchi facevano un decotto con la polpa delle pale di fico d’india”.

Dal materiale di risulta della disopercolatura, depositato sul fondo forato di una cassetta portatelai, il miele colerà per gravità in un raccoglitore. I telai, opportunamente disopercolati, sono pronti per essere inseriti nella centrifuga.

Prima di essere conservato nei barattoli, il miele viene filtrato per caduta.
Dalla cera, sciolta e filtrata in una sceratrice solare, si possono ottenere nuovi fogli da installare sui telaietti, affinché le api vi costruiscano nuovamente le cellette, nonché piccole sculture o candele di ottima qualità. “Durano fino a dieci volte di più delle candele in paraffina e sprigionano una luce decisamente più intensa”.

Stare a contatto con le api è un’esperienza da fare almeno una volta nella vita, così come mangiare il miele con tutta la brisca. Siamo infinitamente grati a Giacomo per averci dato la possibilità di vivere questa esperienza e per aver dimostrato ancora una volta con quanta generosità un ospite venga trattato in Sicilia.

Riprendiamo la marcia in direzione di Portella Gazzana, dove ci attende Angelo con il suo pick-up. Carichiamo le bici e i bagagli e ripartiamo in direzione nord-ovest, mentre il sole scende sull’orizzonte acqueo oltre le rocce chiare abitate da aquile e grifoni.

Angelo è una persona che ama sognare. Questi luoghi gli hanno dato i natali e, quarant’anni dopo, gli hanno restituito la forza per lasciarsi andare ai propri sogni. Ha fatto il parrucchiere di successo lontano da casa, finché non ha sentito il bisogno di ritornare, riavvicinandosi alla sua infanzia contadina. Una vita vera: questo cercava Angelo, e la pace di queste montagne lo ha aiutato a ritrovarla.
Il Rifugio del Sole, di fronte al quale Angelo ferma il suo pick-up, è stato, dopo tanto tempo, la casa dei suoi sogni. Qui, prima di noi, tante anime hanno trascorso momenti indimenticabili di condivisione e contemplazione del Bello, della Natura, del Divino. Adesso una famiglia contadina è venuta a controllare le proprie vacche al pascolo libero: il figlio gioca tra le rocce mentre i genitori chiacchierano a voce bassa con Angelo.

Attraverso la soglia del rifugio si vedono le pareti in pietra pitturate di bianco, le brande sulle quali trascorreremo la notte, una tavola apparecchiata in maniera frugale ma con amore.
Sul volto di Angelo, il sorriso di chi ha sofferto per conquistare il proprio posto nel mondo; nei suoi modi, la gentilezza di chi desidera profondamente condividere la propria felicità. Tutt’intorno, l’aria esplode d’un tramonto surreale. Tutto trasuda pace. Il tempo si dilata. È come se qui, finalmente, si fosse liberi di vivere veramente.