
GIORNO 8 | 11/06/2017 – Diario di Viaggio

La nocciola dei Nebrodi, oltre a costituire storicamente una parte cospicua dell’indotto agricolo di questi rilievi, nel nord-est della Sicilia, si presta agli usi più disparati in pasticceria, in virtù del suo eccezionale spettro aromatico. Una colazione a base di brioche siciliana ripiena di gelato alla nocciola al bar Calamunci di Sinagra ve ne darà saggio. Per non rovinare l’idillio, vi consigliamo, qualora vi trovaste a girare la Sicilia in bicicletta, di controllare bene le vostre catene prima di ripartire e di alleggerire la pedalata durante i cambi in salita.

Non mi pare cosa conveniente riportare qui gli esatti pensieri (e ancor di meno le conseguenti esclamazioni), intrattenuti nel momento in cui la catena della bici di Marco, dopo un rumoroso cambio di marcia nella salita che da Sinagra conduce a Castell’Umberto, si spezzò. Tanto più amaro dovette sembrare l’incidente dal momento che si aveva ancora in bocca il sapore del gelato di nocciole locali del bar Calamunci, consumato pochi minuti prima su raccomandazione di Vittoria Piccolo. La diatriba sulla necessità di alleggerire la pedalata nel momento di azionare il cambio in salita fu messa di canto, tanto rapidamente quanto era sorta; un po’ per la nostra palese ignoranza in materia di tecnica ciclistica che non ne avrebbe certo consentito una soddisfacente risoluzione, e un po’ per il fatto che appariva più urgente la risoluzione del problema di ordine pratico, relativo al fatto che la catena giaceva inutilizzabile sull’asfalto sotto la bici di Marco.
Sempre per nostra ignoranza in materia ciclistica, ci trovavamo sprovvisti di smagliacatene e falsa maglia per poter operare una riparazione efficace. Incrociamo per nostra fortuna un altro ciclista, che si prodiga per aiutarci regalandoci una sua vecchia catena, la quale però è evidentemente inadatta alle nostre bici perché sferraglia maledettamente quando si cerca di pedalare. Pazienza. Ce la dovremo far andar bene fino a raggiungere un’officina aperta, il che, di domenica mattina, da queste parti ci pare un’impresa quasi disperata. Imbocchiamo la strada verso la costa. Un ciclista ci passa a fianco e cerco di chiedere aiuto ma passa troppo velocemente e, come mi accorgerò dopo averlo pedinato con sommo dispendio di energie e fiato, sta ascoltando musica attraverso delle piccole cuffie.


Su suo suggerimento ci dirigiamo verso Gliaca di Piraino, qualche chilometro in direzione opposta al nostro senso di marcia, dove troviamo un’officina chiusa, ma con un numero di telefono al quale risponde il proprietario, dandoci appuntamento a qualche ora dopo per cambiare la catena. Di fronte all’officina, un commerciante di “cirasi” (ciliegie) provenienti dall’Etna si difende egregiamente dai tentativi di mercanteggiare sul prezzo da parte di alcune anziane locali.

È già tarda mattinata quando ci rimettiamo in marcia. Inutile cercare di riguadagnare la strada per Castell’Umberto come da programma: procederemo lungo la costa fino a Rocca di Caprileone, dove inizieremo la salita per Galati Mamertino. A Brolo deviamo momentaneamente per vedere da vicino la torre merlata del castello, che fu della famiglia Lancia. Chissà se davvero, da questa rocca, Maria La Bella calava le sue trecce bionde perché vi si arrampicasse un pescatore suo amante.

Al centro del borgo, l’imponente torre medievale. La aggiriamo e passiamo di fronte a un’anziana seduta a fumare sull’uscio di casa. Evidentemente compiaciuta dell’inattesa visita, ci sottoponiamo volentieri al suo interrogatorio.

“Ah, tutta la Sicilia state girando? Bene, bravi”. Dubitiamo che la signora possa comprendere del tutto la portata di questa impresa: d’altro canto ci accontentiamo del suo sorriso affettuoso e delle sue raccomandazioni di fare attenzione. Non conosce neppure i nostri nomi e già si preoccupa che possa succederci qualcosa. Questo affetto materno meridionale e siciliano è difficile da comunicare, è certamente difficile da incontrare altrove, specialmente in paesi non mediterranei e non latini. È insuperabile, a volte quasi prepotente, di chi dalla tua nascita è preoccupato, in ordine: che fossi in salute, che avessi mangiato a sufficienza, che facessi i compiti, che frequentassi una ragazza per bene, che ti “sistemassi”. Un affetto facilmente esteso agli amici dei figli, ai quali, se invitati a mangiare, sarà più facile accettare un’indigestione, piuttosto che rifiutare un’altra porzione di parmigiana.

Quanto ad affetto, anche quello paterno dimostratoci da Giacomo Emanuele non è certo da meno. Giacomo è il produttore di miele d’ape nera sicula che avremmo dovuto raggiungere stamattina a Galati Mamertino: nel comunicargli della nostra disavventura, a nulla sono valse le rassicurazioni, che di aiuto non ne avessimo bisogno, superato Capo d’Orlando lo vediamo venirci incontro con il suo furgone bianco. Caricate le biciclette, gli siamo silenziosamente grati per non dover scalare gli 800 metri di quota a cui sorge Galati. Gli avvenimenti di oggi iniziarono a darci la sensazione che, ad unire le tappe di questo viaggio, fosse non tanto il moto impresso dalle nostre gambe alla catena della bicicletta, quanto una catena invisibile di chi, con più o meno preavviso, è stato disposto ad aiutarci. Come in molte storie umane, la solidarietà disinteressata di tanti può sicuramente di più dell’ambizione e della grinta di pochi.

Più che il passaggio, è la sua compagnia ad esserci gradita. “Vedete queste valli? Una volta il livello del mare era più alto e dovevano avere l’aspetto di veri e propri fiordi”. È probabile che le imbarcazioni greche vi si avventurassero alla ricerca di acqua, legname e soprattutto carne fresca: il nome “Nebrodi” deriva infatti da nebros, che in greco antico significa cerbiatto, a testimonianza dell’abbondanza di grossa fauna su queste montagne.
Alla nostra destra, durante la salita, la valle del torrente Zappulla, che si stringe fino a formare dei canyon di rocce chiare e spoglie di vegetazione. Agli ulivi, alle quote meno alte, si avvicendano gli agrumi, tardivi come quelli della valle di Sinagra. “Gli agrumi si mettevano a bagno nella cera d’api e venivano spediti in Svezia, dove venivano consumati per la festa di Santa Lucia a dicembre”.
Tanto famosa era poi la qualità del legname di queste montagne, usato intensamente dai popoli del passato per la cantieristica navale, che alcune frazioni portano ancora nomi quali “Botti”: pare che Federico II di Svevia esigesse che il rovere delle sue botti provenisse da qui. Non meno importante era la coltivazione del gelso, funzionale alla bachicoltura: tutta la seta siciliana nel 1500, per volere di Filippo IV, doveva essere esportata dal porto di Messina.
“Ognuna delle abbazie, sorte su queste montagne, al riparo dalle incursioni dei Saraceni”, riprende Giacomo “era specializzata in una certa attività: i monaci di Fragalà, ad esempio, erano amanuensi. A Galati Mamertino, invece, il nucleo abitativo intorno all’abbazia era composto da famiglie dedite alla bachicoltura”.
Il nome Galati era già noto in epoca araba, è attestato anche nel Libro di Ruggero, del geografo Al Idrisi: “Galati, difendevole fortalizio tra eccelse montagne, è popolato, prosperoso; ha terre da seminagione e bestiame; vi si coltiva di molto lino [in prati] irrigui”.

L’origine del nome Mamertino, secondo Giacomo, si deve al ripopolamento del paese, a seguito del terremoto del 1783, con famiglie originarie della località calabra di Oppido Mamertino. “Questo potrebbe spiegare sia le ottime tradizioni norcine di queste zone, sia il fatto che mia figlia a momenti mette il peperoncino anche nel latte!”. Superiamo il paese e ci fermiamo ad ammirarne la forma ‘ad aquila’ da un punto panoramico prima di imboccare la strada serpeggiante verso il bosco di Mangalaviti.


A circa 1.500 metri di quota, ammiriamo l’ingresso di questa distesa di faggi, puntellati di sambuchi in fiore, alle ultime luci del giorno. Nei pressi, un bevaio per gli animali da pascolo, le cui pietre perimetrali sono state utilizzate per affilare i coltelli dei pastori e dei cacciatori, fino a perdere la loro forma originale.

È tempo di tornare a Galati, dove trascorreremo la notte: la strada si immerge tra le nuvole basse, gravide di luce calda e dell’umidità trattenuta dalla boscaglia, troneggiante sopra le Rocche del Crasto e le valli del Fitalia e del Rosmarino.