
GIORNO 6 | 09/06/2017 – Diario di Viaggio
Il bello di un viaggio, si sa, sta anche nella libertà di scegliere il percorso. Oggi, per la prima volta dalla partenza, ci sentiamo di esercitare questa libertà, discostandoci dall’itinerario stabilito. Invece di percorrere la SP 110 in discesa fino a Tindari, come pianificato, decidiamo di approfittare delle gambe fresche dopo un giorno senza pedalare e di percorrere la provinciale in salita fino al valico di Favoscuro.

Uscendo da Montalbano Elicona, il paese appare sullo sfondo di un vigneto la cui ubicazione è sorprendente: siamo infatti ad oltre 1000 metri sul livello del mare. Con le sue caratteristiche gobbe, il Monte Fossa delle Felci ed il Monte dei Porri, Salina riposa sulla distesa azzurra del mare Tirreno.
La strada è costeggiata da noccioleti. Negli anni ‘60 con un chilo di nocciole si riusciva a pagare il lavoro di raccolta di una giornata: un buon raccoglitore riusciva a raccoglierne intorno a 35 kg. Oggi, considerato il prezzo corrente della nocciola, non si riescono nemmeno a coprire i 50 euro circa necessari per pagare la giornata lavorativa di un bracciante.

Una salita della quale non osiamo lamentarci, dato il giorno appena trascorso a riposo, ci porta fino allo stabilimento dell’acqua Fontalba a circa 1.200 metri.

La pendenza diminuisce al bivio per Favoscuro, da dove si gode di una vista privilegiata dell’Etna.

Percorriamo la strada statale 116 tra pascoli e turbine eoliche. Ad un tratto noto degli animali che riconosco ma la cui presenza mi spiazza: un paio di lama andini pascolano tra vacche e pecore siciliane. Sono animali in fondo docili e curiosi e ne approfitto per raggiungerli in mezzo ai pascoli e fargli due carezze.

Floresta è il comune più alto della Sicilia a 1.275 metri sopra il livello del mare. È una grande soddisfazione essere giunti a questa altitudine con le nostre gambe, a pieno carico e con il poco allenamento che ci è stato possibile fare prima della partenza. Ma la soddisfazione svanisce rapidamente mentre Marco procede con la ruota posteriore completamente sgonfia. Sembra sia la valvola a dare problemi e la sostituisco con una fornitaci da un’officina sulla strada.

Verso la fine del paese, notiamo un anziano indaffarato nell’intaglio di alcuni manufatti di legno, circondato da canestri intrecciati.
Mi fa subito simpatia, come la maggior parte degli anziani con più rughe che anni e con più storie da raccontare che persone intorno disposte ad ascoltarle. Insiste per mostrarmi un album fotografico dei suoi viaggi, esclusivamente a sfondo religioso. Vuole inviato un ritratto, quando torneremo. Quando gli chiedo di scrivere un indirizzo al quale inviarlo, intuisco quasi all’istante che Salvatore è analfabeta e lo sottraggo all’imbarazzo appuntando via e numero civico sullo smartphone.

Arrivati ad Ucria, un assaggio (abbondante) di biscotti appena sfornati al panificio ci rende meno invisa la ripida salita verso contrada Pirato, dove ha sede la banca del germoplasma vivente, intitolata al botanista ucriese padre Bernardino. Ad attenderci alla banca, che dipende dall’Ente Parco dei Nebrodi, ci sono due operatori insieme al direttore Ignazio Ligangi.

Originario di queste zone, il dott. Ligangi è testimone di come la biodiversità, oggi per lui materia di studio, fosse un effetto collaterale, per così dire, della cultura contadina dei Nebrodi. Ci fa infatti notare come i barattoli in cui sono custoditi i semi di fagiolo esposti nella sala principale della banca fossero gli stessi in cui i contadini nebroidei conservavano sementi di ogni genere.
Cultivar di pomodoro, melanzane, peperoni e legumi, insieme alle conoscenze agronomiche tradizionali, venivano così preservate di generazione in generazione anche attraverso lo scambio tra famiglie di contadini. Oggi gli orti familiari, un tempo essenziali per la microeconomia locale, sono quasi scomparsi e, con essi, rischiano di scomparire sia la cultura contadina che le cultivar locali di orticole, leguminose e frutticole.

Per avere un’idea di quanto fosse ricca l’area dell’attuale Parco dei Nebrodi in termini di biodiversità negli orti contadini basti pensare che presso la banca di Ucria sono custodite 63 diverse cultivar di fagiolo: un record a livello nazionale, secondo il dott. Ligangi. Molti di questi ecotipi sono stati reperiti attraverso gli stessi contadini, infatti portano ancora un nome dialettale.
L’importanza della classificazione e della preservazione di queste leguminose risiede nel fatto che ogni ecotipo può rappresentare la base di un futuro fagiolo il cui corredo genetico potrebbe a sua volta rivelarsi cruciale per la nostra sicurezza alimentare. Emblematico è l’esempio dell’operazione di Nazareno Strampelli, che, incrociando lo Rieti con “sangue genetico” di varietà giapponesi e di altre parti del mondo, isolò il Senatore Cappelli, frumento caratterizzato dalla sua larga adattabilità e dal quale si sono “insanguati” numerosissimi grani duri moderni.

Nel giardino della banca vengono “tenuti vivi” i semi di leguminose, che ogni anno vengono piantati per rinnovarne la fertilità. Nei pressi del campo collezione veniamo guidati attraverso il “Giardino dei Semplici”, dove troviamo custodite diverse piante aromatiche e officinali. C’è della stevia, una pianta oggi assai utilizzata come dolcificante (il cui potere edulcorante supera di duecento volte il saccarosio); l’erba di San Giovanni o iperico, il cui decotto è, tra l’altro, usato come stabilizzatore dell’umore; l’aloe vera, il tasso barbasso, da cui si ricavava un rimedio per le emorroidi. Poi tanacetum, ruta, acanto, timo e la famosissima nepitella o niputedda in siciliano, una mentuccia selvatica il cui odore ci accompagnerà per quasi tutta la Sicilia e dalle alte proprietà cicatrizzanti. Infine, il dott. Ligangi ci invita a osservare una pianta simbolo di queste zone: la Petagnaea gussonei, una pianta endemica, specie relitta della flora che già popolava le zone dei Nebrodi milioni di anni fa all’ombra di querce e noccioli.
Al di là delle piante aromatiche e officinali, il Giardino dei Semplici custodisce una vasta schiera di antiche cultivar di piante frutticole. Piante che da sempre caratterizzarono il paesaggio agricolo italiano e, nello specifico, il cosiddetto giardino mediterraneo: un terreno dove il contadino, data la prevalenza della cerealicoltura, sopperiva alla necessità di garantirsi una riserva stabile di alimenti durante il corso dell’anno coltivandovi, oltre agli ortaggi, piante quali la vite, il fico, il pero, il melo, il nocciolo, le pesche, le albicocche, gli agrumi. Qui, nel giardino della banca sono custodite cultivar di gelso bianco, gelso rosso, azzeruolo, nespolo, frassino, carrubo, melograno, susino e parecchie cultivar di pero. C’è anche una vite di uva fragola ed una, presa a Randazzo, che chiamano “a curridda”. Mentre osserviamo una fila di piante di fico, il dott. Ligangi mi ricorda un altro dettaglio importante per comprendere l’importanza della biodiversità. Se mangiamo i fichi, mi spiega, è soltanto grazie ad un imenottero, il cui nome è Blastophaga psenes. La funzione naturale di questa minuscola vespa, la cui vita dura solo pochi giorni, è infatti unicamente l’impollinazione del fico comune, Ficus carica domesticus, con polline di Ficus carica caprificus, il fico selvatico.
È fondamentale, dunque, riconoscere l’importanza della tutela degli ecosistemi come struttura complessa e l’impatto che la scomparsa di organismi anche piccoli per pressioni antropiche avrebbe su tali ecosistemi e, di conseguenza, sulla vita umana. La funzione di una banca del germoplasma, come insiste il dott. Ligangi, è dunque quella di custodire tutto ciò che la natura ha selezionato nel tempo in termini genetici e mantenerlo come assicurazione per il futuro alimentare delle generazioni a venire. Basti pensare alla Grande Carestia Irlandese, che nell’800 decimò o costrinse all’emigrazione milioni di persone, e la cui causa fu un’epidemia di peronospora che aggredì la cultivar di patate, coltivata dalla stragrande maggioranza della popolazione: l’Irish Lumper. Oggi, per effetto della globalizzazione, della necessità di massimizzare ad ogni costo la produttività e il profitto, della conseguente industrializzazione dell’agricoltura, rischiano di scomparire ecotipi vegetali e specie animali a danno della diversità e della resilienza di ecosistemi locali. Le conseguenze negative non sono soltanto ambientali ma coinvolgono l’economia locale, nella misura in cui i piccoli agricoltori e allevatori, che generalmente custodiscono le specie locali e svolgono il loro lavoro con metodi tradizionali, non possono competere con i loro prodotti ai prezzi di mercato. È per questo che abbiamo chiesto e ottenuto il patrocinio di Slow Food, incontreremo lungo il nostro percorso i produttori dei Presìdi, custodi delle numerosissime varietà animali e vegetali e delle tradizioni di cui la Sicilia vanta una galleria sconfinata.
In questo nostro giro della Sicilia alla ricerca delle nostre radici, non possiamo non riflettere sull’intima connessione che ha stretto uomo e natura in un patto millenario, determinando le condizioni di vita dei nostri conterranei fino a qualche decennio fa. Tra queste montagne, probabilmente ancora prima che gli orti dei contadini ospitassero, tra l’altro, le decine di varietà di fagiolo custodite alla banca di Ucria, i nostri antenati erano impegnati da mane a sera in attività pastorali.

Nacquero così, secondo una delle teorie più accreditate, le tholos o cubburi. Queste costruzioni in pietra, per certi versi simili ai nuraghi sardi o ai trulli pugliesi, rimandano per le loro caratteristiche strutturali a tecniche costruttive di stampo minoico-miceneo (1600-1100 a.C.) – di qui il nome greco tholos. Ne sono rimaste un’ottantina, nei territori dei moderni comuni di Montalbano Elicona, Raccuja, Floresta e S. Piero Patti. Oltre ad essere usate come rifugio dai pastori pare che alcune tholos abbiano ospitato gli arabi in fuga durante la conquista normanna delle roccaforti nebroidee.
Lasciandoci i cubburi alle spalle, proseguiamo in discesa lungo la valle di Sinagra dove, oltre ai noccioleti, il paesaggio agricolo offre ancora uno spettacolo unico in tutta la Sicilia. Si tratta degli olivi millenari di oliva minuta, una cultivar antichissima e minacciata dall’avvento di coltivazioni moderne, preferite alla minuta in virtù di una maggiore redditività.

I Piccolo sono un’antica famiglia dei Nebrodi; Vittoria ha documenti che risalgono al 1600. Gli ulivi sorgono su una proprietà di famiglia. Grafica pubblicitaria nella sua vita precedente, Vittoria possiede 20 ettari, in una proprietà sul versante della collina, prima di arrivare al paese di Ficarra, in contrada San Filippo. Gli alberi sono tutti ultracentenari e ancora produttivi; la minuta è la cultivar più diffusa nella valle del torrente Sinagra e fino Castell’Umberto, più resistente della ogliarola messinese o della santagatese fino a 800 metri. Non si trova in altre parti della Sicilia ed è pertanto rappresentativa del paesaggio. Il nome è dovuto alla dimensione dell’oliva. Differenza di produttività 2.000 kg di minuta 180 litri di olio, 2.000 kg di altre cultivar fino a 350/400 litri.
Quando nel ’96 Vittoria (foto in alto) torna ad occuparsi di agricoltura, rileva il fondo della famiglia. Ricorda bene il momento della raccolta delle olive, successiva a quella delle nocciole, durante la quale venivano messe ad asciugare e ci si poteva nuotare. Lo zio metteva l’olio sul pane abbrustolito in frantoio.
Oggi Vittoria continua a credere nel ruolo dell’agricoltore e nella commercializzazione giusta dei prodotti agricoli, che restituisca dignità ai contadini e a chi si preoccupa di custodire la terra con amore e non soltanto per soldi. Questo anche per dare una prospettiva a giovani come i suoi figli, perché possano coltivare non soltanto la campagna ma anche il desiderio di rimanere a custodirla.
“Questi olivi sono molto meno produttivi delle varietà moderne, ma fanno parte della storia della mia famiglia e di tante altre in questa valle. La minore redditività non è, a mio avviso, un buon motivo per distruggere una varietà quasi estinta e che cresce solo qui. Bisogna combattere l’idea che i nostri suoli e il paesaggio possano essere sfruttati e deturpati ai fini del profitto facile o immediato: chiunque compri il mio olio di minuta conosce questo mio punto di vista ed i sacrifici che impone. E se questi sacrifici e questo punto di vista fossero noti ad un numero di persone sempre maggiore, di certo impareremmo a guardare il mondo con occhi diversi e a trattarlo di conseguenza.”




Lasciatoci al casolare per la notte, Vittoria e il cane Maya riprendono la via del paese. La macchina supera il viottolo d’ingresso dove, accanto al frantoio, troneggia con tanto di cartello un “Ulivo Monumentale”, scomparendo sulla via che si arrampica fino alla strada principale che collega Sinagra a Ficarra.

Come ogni sera, i nostri bagagli sono sparsi qua e là. Le borse appoggiate sulla panca a ridosso del lungo tavolo sotto il portico, gli zaini depositati ai piedi delle biciclette, caricabatterie, telefoni, cavetti, stuoie, tutto ancora in equilibrio precario tra portapacchi, selle e manubri.
Se di giorno riusciamo ad assumere una parvenza di compostezza e serietà, non foss’altro per le magliette con i loghi degli sponsor, a chiunque assistesse allo spettacolo tragicomico dei nostri accomodamenti serali sarebbe chiaro che siamo degli scappati di casa.
