GIORNO 5 | 08/06/2017 – Diario di Viaggio

La mattina del giorno dopo, ritemprati da diverse docce, da una notte trascorsa su un materasso e con indosso dei vestiti finalmente puliti, siamo di ritorno in piazza, armati di fotocamere e dispositivi elettronici. Incontriamo Nicola, un ragazzone dall’aria tranquilla e dal fare gentile che ci farà da guida: abbiamo a malapena il tempo di presentarci prima di essere investiti da un flusso continuo di spiegazioni ed approfondimenti, che dureranno ininterrottamente per le successive due ore.
Il primo insediamento nei luoghi dove oggi sorge Montalbano, ci dice Nicola, risale probabilmente ai greci. Apparentemente questo monte, per i greci di Tindari, era simile al monte greco Elicon, rilievo sacro alle Muse nell’attuale Beozia. Anche il fiume che scorre verso valle dall’Argimusco veniva chiamato Eliconium (da helix: edera, spirale), che significa tortuoso. L’attuale Palazzo Comunale era qualche secolo fa un convento di padri domenicani, espropriato dopo l’Unità d’Italia. Qui intorno era aperta campagna. Il paese era tutto arroccato sul monte a nord-est della piazza.

Gli scudi sull’edificio in piazza identificano le antiche casate reali (Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi) e nobiliari (i Lancia, gli Arlotta, gli Aragona, i Colonna, i Bonanno, i Mastropaolo). Poi i Gesuiti e i Templari (l’Ordine del Santo Sepolcro, i Teutonici e gli Ospitalieri) poiché qui, nella cappella bizantina adiacente al castello, si celebravano le cerimonie di investitura dei cavalieri. Un altro edificio poco più avanti era un “monte agrario”, o “peculio frumentario”; una banca agricola dove si prestavano le sementi per la semina ai contadini. A Montalbano infatti il frumento si produceva fino al pianoro di Favoscuro/Polverello, a 1200 metri di quota, e lungo il fiume si contavano ben 15 mulini. La ricchezza di Montalbano era anche e soprattutto una fiorente nocicoltura: la coltivazione della nocciola tonda dei Nebrodi.
Una testimonianza dell’importanza della vocazione agricola di questo borgo è senz’altro la celebrazione della Madonna della Provvidenza, patrona del paese, il 24 agosto.
Questa Madonna tiene in una mano il Bambin Gesù e nell’altra delle spighe di grano: una tradizione cristiana che ha nella Grande Madre preistorica e nella Cerere romana il suo corrispettivo pagano. Tutti culti diffusissimi nella Sicilia rurale. Il 24 agosto è anche una data cardine del calendario agricolo, a cavallo tra la raccolta del grano, che a queste altitudini avveniva circa a metà Agosto, e la raccolta settembrina delle nocciole.

Sulle pareti di alcuni edifici sono incastonate delle finestre a forma di mandorla, amigdala in greco, il che, ci spiega Nicola, è una simbologia vulvale, femminile, atta a propiziare la fertilità dei campi, degli armenti e della famiglia. In una delle stradine ci sono delle sagome tracciate per terra con vernice bianca. Ogni anno si svolge infatti una tradizionale “insabbiata” per il Corpus Domini, durante la quale le sagome vengono adornate da motivi religiosi realizzati con sabbie colorate.
Colpiscono alcuni edifici, che Nicola ci segnala come esempio di “Barocco Nebroideo”. Uno stile affine al Barocco della Val di Noto e al Barocco di Acireale o di Catania, ma più sobrio in virtù della pietra utilizzata: l’arenaria locale, infatti, è più tenera e fragile della pietra calcarea della Val di Noto o basaltica del catanese, e si presta meno a virtuosismi scultorei.

Curiosa è la presenza di angioletti ritratti in atteggiamento di sberleffo sui portali: un gesto evidentemente apotropaico, di difesa e rigetto delle ingiurie e del malocchio, che possibilmente i passanti indirizzavano ai benestanti proprietari dell’edificio. Oltre agli imponenti portali, il balcone di alcuni palazzi nobiliari è spesso borbonico, spagnoleggiante, consentiva alle signore di dare spazio alle ampie gonne (stile film Gattopardo), con l’osso di balena a cerchio per l’affaccio durante le processioni.

Passando di fronte alla Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, scelta qui dal medico catalano Arnaldo da Villanova come protettrice dei medici e degli alchimisti.

Arriviamo al castello e facciamo appena in tempo a incrociare Tino, il custode, che si offre di tornare ad aprirci nonostante sia passato l’orario di chiusura. Camminiamo su quello che doveva essere il fossato perimetrale, con le mura del castello da un lato e le case costruite presumibilmente quando il castello perse la sua importanza militare dall’altro.
Il castello, costruito nel 1233, è legato strettamente alla storia delle casate reali (normanna, sveva, angioina e aragonese) che si alternarono a Montalbano attraverso matrimoni incrociati, senza conquista militare. La nipote di Federico II di Svevia, detto Stupor Mundi, Costanza II, fu infatti data in sposa a Pietro III d’Aragona; l’ultimo figlio nato da questo matrimonio, Federico III, sposò a Messina, dopo la pace di Caltabellotta che mise fine alla guerra dei Vespri (1302), Eleonora d’Angiò. A questo punto io, un po’ intimidito da tutti questi nomi, decido di sedermi al pianoforte per celebrare il passato in cui Nicola ci sta proiettando con i suoi racconti.

Lungo le pareti osserviamo armi medievali da percussione, da taglio e da lancio, miniature di macchine da guerra, vestiti medievali, strumenti a corda.

All’esterno è visibile il sarcofago di Arnaldo da Villanova, medico personale di Federico II: fu proprio questo medico a consigliare al re di venire a Montalbano per curare la gotta con l’acqua delle sorgive locali. Qui sorge anche la cappella bizantina di investitura dei cavalieri templari, 500 anni più antica del castello e adiacente alla sala di rappresentanza del trono. La volta è ottogonale, anziché circolare, come nella maggior parte delle cube bizantine in Sicilia, sono ancora visibili i colori con cui era affrescata: il rosso dell’imperatore, il giallo oro di Dio, ed il celeste del popolo che agogna al divino.

Uscendo dal castello si procede verso il quartiere arabo. Lo stesso nome di Montalbano sarebbe ricollegabile al termine arabo “al bana”, ovvero “luogo eccellente”; con l’arrivo dei Normanni il nome fu italianizzato in Montalbano e, dopo l’unità d’Italia, venne aggiunto “Elicona” per distinguerlo dal lucano Montalbano Ionico. Sul muro è inciso un passo tratto dal Libro di re Ruggero, dal sottotitolo “per chi si sollazza di andare in giro per la terra di Sicilia”, in cui il geografo arabo al-Idrisi descriveva Montalbano.

Al lato, un baglio (dall’arabo “bahah”, “cortile”) dove le case erano costruite intorno a uno spiazzo comune: il “cortile” appunto, da cui la parola siciliana “curtigliare” – che indica lo spettegolare delle donne impegnate comunemente in lavori quali la filatura della lana.

Montalbano è stato anche un importante centro cattolico, sede di diocesi dal 1210, ed il suo duomo del 1600 è una delle sei basiliche minori presenti nella provincia di Messina, insieme al duomo di Messina, a Barcellona Pozzo di Gotto, a Lipari, a Taormina e al Santuario di Sant’Antonio a Messina.

Le colonne interne sono un raro esempio di colonne monolitiche di arenaria quarzosa; secondo alcuni studiosi, sarebbero state ricavate da colonne greche preesistenti ed appartenenti a un tempio dedicato ad Apollo. Il pregiato altare barocco in legno, ha colonne elicoidali che richiamano quelle del Bernini a San Pietro.

All’uscita dal duomo, Nicola si sofferma di fronte a un edificio che un tempo fu farmacia, poi osteria, in particolare di fronte alla finestra dalla quale si mesceva il vino al pubblico. Una sorta di chiosco medievale.

È quasi l’imbrunire e, dal punto dove siamo giunti durante la nostra passeggiata, appare nuovamente l’Argimusco. È uno dei punti più alti del borgo, a circa 1.050 metri di altezza, il panorama è una gradita ricompensa per i nostri sforzi. Circondati da queste mura medievali, dal cinguettio serale degli uccelli, avvolti nella cornice dei Monti Nebrodi, ammiriamo un lungo tratto di costa settentrionale della Sicilia fino a Capo Milazzo. Siamo oltre i mille metri di quota e si vedono sui rilievi antistanti le frazioni di Braidi e Santa Barbara che iniziano ad illuminarsi per la notte. A ovest, il sole fa trapelare la sua luce soffusa di tramonto attraverso le nubi e le sagome delle turbine eoliche. Dopo una cena in compagnia del sindaco e del suo seguito, ci trasciniamo verso le casette ben restaurate del vecchio centro storico dove trascorreremo la notte.