Da Ficarra a Galati Mamertino

Giorno 8 (11/06/2017) – Il giro della Sicilia in 80 giorni

Lungo la strada tra Sinagra e Castell’Umberto la catena di una delle due bici si spezza. Dopo una fortunosa riparazione, proseguiamo lungo la costa in direzione Rocca di Caprileone. Imboccata la salita per Galati Mamertino veniamo prelevati da un furgoncino con a bordo Giacomo Emanuele, il nostro amico apicoltore. Saliamo insieme a lui fino al bosco di Mangalaviti, discutendo della storia millenaria di queste valli e di queste montagne.  

TESTI E VIDEO DI TOMMASO RAGONESE

FOTO DI MARCO CRUPI

La nocciola dei Nebrodi, oltre a costituire storicamente una parte cospicua dell’indotto agricolo di questi rilievi nel nord-est della Sicilia, si presta agli usi più disparati in pasticceria in virtù del suo eccezionale spettro aromatico. Una colazione a base di brioche siciliana ripiena di gelato alla nocciola al bar Calamunci di Sinagra ve ne darà saggio.

Per non rovinare l’idillio, vi consigliamo, qualore vi trovaste a girare la Sicilia in bicicletta, di controllare bene le vostre catene prima di ripartire, e di alleggerire la pedalata durante i cambi in salita. Dimentichi di queste accortezze, potreste ritrovarvi come Marco, con la catena spezzata, o come me, in preda ad escandescenze vernacole udibili ben oltre la valle del Sinagra.

Sono le 8 del mattino di Domenica quando inizia la nostra ricerca, piuttosto disperata già in partenza, di un meccanico. Sprovvisti tanto di smagliacatene, quanto di maglie necessarie alla riparazione, ci rassegnamo a seguire il consiglio di un cicloamatore locale dirigendoci verso un’officina a Gliaca di Piraino. Qui, dopo varie telefonate, attendiamo che il titolare ci faccia la cortesia di venire in negozio per sostituire la maledetta catena.

È già tarda mattinata quando ci rimettiamo in marcia. Inutile cercare di riguadagnare la strada per Castell’Umberto come da programma: procederemo lungo la costa fino a Rocca di Caprileone, dove inizieremo la salita per Galati Mamertino. A Brolo deviamo momentanemante per vedere da vicino la torre merlata del Castello che fu della famiglia Lancia. Chissà se davvero da questa rocca Maria La Bella calava le sue trecce bionde perchè vi si arrampicasse un pescatore suo amante.

Pedalare lungo la costa è un lusso raro durante questo viaggio. Dalla statale che una volta era l’unica via per raggiungere Palermo da Messina si ha una vista privilegiata della costa tirrenica tra Capo d’Orlando e Capo Calavà. Il mare d’inizio Giugno si stende appena increspato sotto le brezze termiche prima delle bonacce estive. All’altezza di Capri Leone arriva il momento di distogliere gli occhi dal paesaggio marino per volgerlo nuovamente ai declivi dei Monti Nebrodi.

Imboccata la provinciale 155, il nostro umore un pò peggiorato all’idea della lunga salita per Galati Mamertino nelle ore calde del primo pomeriggio si risolleva alla vista del faccione barbuto e sorridente di Giacomo Emanuele: sporto fuori dal finestrino di un furgone bianco, Giacomo ci viene incontro strombazzando. “Caricate le biciclette, vi porto su io! Ci tengo che arriviate vivi a trovare le mie api”. Giacomo è l’apicoltore custode di api nere sicule che avremmo incontrato a Galati.

Più che il passaggio, è la sua compagnia ad esserci gradita. “Vedete queste valli? Una volta il livello del mare era più alto e dovevano avere l’aspetto di veri e propri fiordi”. È probabile che le imbarcazioni greche vi si avventurassero alla ricerca di acqua, legname e soprattutto carne fresca: il nome ‘Nebrodi’ deriva infatti da nebros , che in greco antico significa cerbiatto, a testimonianza dell’abbondanza di grossa fauna su queste montagne.

Alla nostra destra durante la salita la valle del torrente Zappulla, che si stringe fino a formare dei canyon di rocce chiare e spoglie di vegetazione. Agli ulivi, alle quote meno alte, si avvicendano gli agrumi, tardivi come quelli della valle di Sinagra. “Gli agrumi si mettevano a bagno nella cera d’api e venivano spediti in Svezia, dove venivano consumati per la festa di Santa Lucia a Dicembre”.

Tanto famosa era poi la qualità del legname di queste montagne, usato intensamente dai popoli del passato per la cantieristica navale, che alcune frazioni portano ancora nomi quali “Botti”: pare che Federico II di Svevia esigesse che il rovere delle sue botti provenisse da qui. Non meno importante era la coltivazione del gelso funzionale alla bachicoltura: tutta la seta Siciliana nel 1500, per volere di Filippo IV, andava esportata dal porto di Messina.

Ognuna delle abbazie sorte su queste montagne al riparo dalle incursioni dei saraceni”, riprende Giacomo “era specializzata in una certa attività: i monaci di Fragalà, ad esempio, erano amanuensi. A Galati Mamertino, invece il nucleo abitativo intorno all’abbazia era composto da famiglie dedite alla bachicoltura”.

Il nome Galati era già noto in epoca araba e attestato anche nel Libro di Ruggero del geografo Al Idrisi: “Galati, difendevole fortalizio tra eccelse montagne, è popolato, prosperoso; ha terre da seminagione e bestiame; vi si coltiva di molto Lino [in prati] irrigui”.

L’origine del nome mamertino, secondo Giacomo, si deve al ripopolamento del paese, a seguito del terremoto del 1783, con famiglie originarie della località calabra di Oppido Mamertino. “Questo potrebbe spiegare sia le ottime tradizioni norcine di queste zone sia il fatto che mia figlia a momenti mette il peperoncino anche nel latte!”. Superiamo il paese e ci fermiamo ad ammirarne la forma ‘ad aquila’ da un punto panoramico prima di imboccare la strada serpeggiante verso il bosco di Mangalaviti.

A circa 1500 metri di quota, ammiriamo l’ingresso di questa distesa di faggi puntellati di sambuchi in fiore alle ultime luci del giorno. Nei pressi, un bevaio per gli animali da pascolo le cui pietre perimetrali sono state utilizzate per affilare i coltelli dei pastori e dei cacciatori fino a perdere la loro forma originale.

È tempo di tornare a Galati, dove trascorreremo la notte: la strada si immerge tra le nuvole basse, gravide di luce calda e dell’umidità trattenuta dalla boscaglia troneggiante sopra le rocche del Crasto e le Valli del Fitalia e del Rosmarino.

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