La banca del germoplasma di Ucria

Una banca poco conosciuta ma dove si conserva una chiave di lettura importante per rivalutare il patrimonio siciliano, sia culturale ed ambientale. Stiamo parlando della biodiversità, e lo facciamo insieme al direttore della Banca: il dott. Ignazio Digangi.

La banca del germoplasma di Ucria

Una banca poco conosciuta ma dove si conserva una chiave di lettura importante per rivalutare il patrimonio siciliano, sia culturale ed ambientale. Stiamo parlando della biodiversità, e lo facciamo insieme al direttore della Banca: il dott. Ignazio Digangi.

TESTI E VIDEO DI TOMMASO RAGONESE

FOTO DI MARCO CRUPI

Cosa rende unica la Sicilia? Come possiamo comprendere meglio il senso ed il valore dell’essere siciliani? Cosa c’è al di là delle spiagge, dei templi, delle solite mete turistiche? Queste sono alcune delle domande cui abbiamo cercato di dare risposta nella fase di studio dell’itinerario del nostro giro della Sicilia in 80 giorni. Considerato l’obiettivo del giro di diffondere la cultura della sostenibilità, abbiamo identificato nella biodiversità una chiave importante per dimostrare quanto segue: che è opportuno approfondire il legame storico tra uomo e natura per, da un lato, avere una misura dell’originalità e della ricchezza del patrimonio siciliano, sia culturale che ambientale, e, dall’altro, comprendere che è nell’interesse di ognuno di noi contribuire a proteggerlo.

Fu proprio con l’intento di contribuire a questo approfondimento che, al sesto degli ottanta giorni di viaggio, fecimo tappa ad Ucria, in Contrada Pirato, alla Banca Vivente del Germoplasma Vegetale istituita dall’Ente Parco dei Nebrodi. Ad attenderci, due operatori insieme al direttore, Ignazio Digangi. Originario di queste zone, il dott. Digangi è testimone di come la biodiversità, oggi per lui materia di studio, fosse un effetto collaterale, per così dire, della cultura contadina dei Nebrodi. “Vedete quei barattoli di vetro? Sono gli stessi in cui mio nonno teneva i suoi semi. Qui alla banca custodiamo 63 cultivar di fagioli che abbiamo recuperato in area nebroidea: è probabilmente la più grande collezione di tutta Italia”.

“Molti di questi ecotipi sono stati reperiti grazie ad anziani contadini, che si tramandano i semi da generazioni, e portano ancora un nome dialettale”. L’importanza della classificazione e della preservazione di queste leguminose, ci spiega il dott. Digangi, risiede nel fatto che ogni ecotipo può rappresentare la base di un futuro fagiolo il cui corredo genetico potrebbe a sua volta rivelarsi cruciale per la nostra sicurezza alimentare. Emblematico è l’esempio dell’operazione di Nazareno Strampelli, che, incrociando lo Rieti con ‘sangue genetico’ di varietà giapponesi e di altre parti del mondo, isolò il Senatore Cappelli, frumento caratterizzato dalla sua larga adattabilità e dal quale si sono ‘insanguati’ numerosissimi grani duri moderni.

I laboratori della Banca del Germoplasma

Non solo semi di fagioli, ma anche di cultivar di pomodoro, melanzane, peperoni ed altri legumi autoctoni, insieme alle conoscenze agronomiche tradizionali, venivano preservati di generazione in generazione dai contadini. Accanto alle orticole ed alle leguminose, furono le piante frutticole a caratterizzare il paesaggio agricolo italiano e, nello specifico, il cosiddetto giardino mediterraneo: un terreno dove il contadino, data la prevalenza delle colture cerealicole, sopperiva alla necessità di garantire alla famiglia una riserva stabile di alimenti durante il corso dell’anno coltivandovi, oltre agli ortaggi, piante quali la vite, il fico, il pero, il melo, il nocciolo, le pesche, le albicocche, gli agrumi.

Questi orti familiari, un tempo essenziali per la microeconomia locale, sono quasi scomparsi e, con essi, rischiano di scomparire anche le cultivar tradizionali di orticole, leguminose e frutticole. Il dott. Digangi ci guida all’aperto, nel giardino della Banca, dove oltre a rinnovare ogni anno la preziosa collezione di fagioli, si custodiscono esemplari autoctoni di gelso bianco, gelso rosso, azzeruolo, nespolo, frassino, carrubo, melograno, susino e parecchie cultivar di pero. C’è anche una vite di uva fragola ed una, prelevata nei pressi di Randazzo, che chiamano ‘a curridda’.

Questo campo collezione fa parte del Giardino dei Semplici, nome che ricorda le gesta di padre Bernardino da Ucria, un eccelso botanista cui si deve, tra l’altro, l’impianto della parte storica dell’Orto Botanico di Palermo. A lui è dedicata la Banca. Nel giardino troviamo custodite anche diverse piante aromatiche ed officinali. C’è della stevia, una pianta oggi assai utilizzata come dolcificante (il cui potere edulcorante supera di duecento volte il saccarosio); l’erba di San Giovanni o iperico, da cui si ricavava un unguento lenitivo per la pelle escoriata o per le punture di insetto ed il cui decotto veniva usato, tra l’altro come stabilizzatore dell’umore.

Accanto all’aloe vera, il tasso barbasso da cui si ricavava un rimedio per le emorroidi. Poi tanacetum, ruta, acanto, timo e la celeberrima nepitella o niputedda in siciliano, una mentuccia selvatica il cui odore ci accompagnerà per quasi tutta la Sicilia: le proprietà cicatrizzanti di questa pianta sono da sempre conosciute dai pastori, che la utilizzano per le curare le ferite dei propri animali. Infine, il dott. Digangi ci invita ad osservare una pianta endemica, simbolo di queste zone: la Petagnae Gussonei, specie ‘relitta’ della flora che già popolava le zone dei Nebrodi milioni di anni fa all’ombra delle querce.

Mentre passeggiamo per il giardino, chiedo al dott. Digangi come spiegherebbe, con un esempio, l’importanza della biodiversità. “Se mangiamo i fichi”, mi risponde, “è soltanto grazie ad un imenottero, il cui nome è Blastophaga Psenes. La funzione naturale di questa minuscola vespa, la cui vita dura solo pochi giorni, è infatti unicamente l’impollinazione del fico comune, ficus carica domesticus, con polline di ficus carica caprificus, il fico selvatico. Se questa vespa scomparisse, potremmo rischiare di non mangiare più fichi”. È fondamentale, dunque, riconoscere l’importanza della tutela degli ecosistemi come struttura complessa e l’impatto che la scomparsa di organismi anche piccoli per pressioni antropiche avrebbe su tali ecosistemi, da cui dipende la vita umana.

La funzione di una banca del germoplasma”, insiste il dott. Digangi, “è dunque quella di custodire tutto ciò che la natura ha selezionato nel tempo in termini genetici e mantenerlo come assicurazione per il futuro alimentare delle generazioni a venire. Basti pensare che la Grande Carestia Irlandese, nell’800, decimò o costrinse all’emigrazione milioni di persone: la causa di questa carestia fu un’epidemia di peronospora che aggredì la cultivar di patate coltivata dalla stragrande maggioranza della popolazione: l’Irish lumper. È conservando la diversità che possiamo evitare simili disastri”.

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Oggi, per effetto della globalizzazione, della necessità di massimizzare ad ogni costo la produttività e della conseguente industrializzazione dell’agricoltura, rischiano di scomparire ecotipi vegetali e specie animali compromettendo la resilienza degli ecosistemi locali. Le conseguenze negative non sono soltanto ambientali ma coinvolgono l’economia locale nella misura in cui i piccoli agricoltori e allevatori, che generalmente custodiscono le specie locali e svolgono il loro lavoro con metodi tradizionali, non possono competere con i loro prodotti ai prezzi di mercato.

È per questo che, durante il nostro giro della Sicilia in 80 giorni, abbiamo chiesto ed ottenuto il patrocinio di Slow Food: abbiamo raccolto le storie di decine di agricoltori, casari, apicoltori e pescatori che aderiscono al progetto dei Presidi Slow Food e che custodiscono numerosissime varietà animali e vegetali insieme alle tradizioni di cui la Sicilia vanta una galleria sconfinata. Nella speranza che queste storie restituiscano al pubblico un’immagine della Sicilia con un passato più vivo, un presente più consapevole e, si spera, un futuro più prospero.

  • Banca Vivente del Germoplasma Vegetale

  • c/da Pirato, Ucria

  • 320 299 0533

  • bancadelgermoplasma@parcodeinebrodi.it